LETTORI FISSI

sabato 27 agosto 2011

ANGELINA E IL SARTO

Da Cronache spigolate


Da Cronache spigolate

In quel paesino dell’ Oltrepò pavese, circa 50 anni fa, abitato prevalentemente da contadini, “pedofilo” era un termine conosciuto da pochi, mentre tutti sapevano bene il rispetto che si doveva dare a creature più fortunate, figli e mogli di agricoltori, medici o sacerdoti, artigiani e commercianti.

La società è così da sempre, sottilmente servile con i ricchi e potenti, crudele con chi già porta le sue croci.

Angelina era una bimbetta, con qualcosa in comune con nostro Signore, nata anche lei in una stalla, piena di animali, ma dove fu anche concepita davanti ai loro occhi, quasi un inizio di una emarginazione annunciata.

Il padre mungitore al servizio di un facoltoso agricoltore, occupato in un lavoro con poco riposo, ormai aveva addosso impregnato come una seconda pelle, l’odore di letame di vacche, cavalli e asini; anche il suo colore marrone scurito aveva poco di umano, lucido come il pelo del cavallo da tiro parcheggiato lì accanto, in un recinto.
Il padre aveva però il suo paradiso a portata di mano, e con la moglie obbediva ciecamente all’istinto vitale, con numerosi amplessi consumati sul fieno nella stalla - unico momento per cui valeva la pena di vivere quella dura esistenza-, con la benedizione di una Chiesa che voleva da sempre una umanità prolifica, senza controlli.

Angelina era l’ultima di sette fratelli, una bocca in più da sfamare, ma era molto amata forse più degli altri essendo l’unica femmina, di una bellezza sfolgorante, fin da piccina, orchidea nata in sentieri di letame.
A otto anni venne mandata d’estate dal sarto del paese per imparare un mestiere che da subito, avrebbe dato qualche vantaggio alla sua famiglia, povera ma dignitosa.
Man mano che cresceva, fuori dalla mischia familiare, si era ingentilita nel linguaggio, accantonando il dialetto e imparando l’italiano con la sua voce dolce un poco strascicata, che faceva tenerezza.

Fu soprattutto il suo corpicino acerbo ad avere un vantaggio dal distacco continuo dei lavori di casa; cominciò ad avere un po’ di carne sulla ossa, e due piccole mele acerbe, sbucavano dalla maglietta marrone con i capezzoli duri in evidenza, piccole nocciole solitarie in un budino di cioccolato.
Le gambe ora tornite, dritte e abbronzate, sbucavano dai calzettoni bianchi, per perdersi sotto una gonna larga, azzurra come il cielo terso, col sole quasi a portata di mano che Angelina cercava di raggiungere con un salto, mentre correva verso l’abitazione del sarto.

Passarono due anni, in cui la compassione per l’aiuto alla piccola e alla sua sfortunata famiglia, si perse in qualcosa di morboso e oscuro che trasformò un uomo dedito al lavoro e alla famiglia, in un angosciato cinquantenne posseduto da una tempesta ormonale che lo squassava.

-Angelina, quando suonano il campanello, vai ad aprire e ricordati di salutare con un bel sorriso e dire "buongiorno signora, benvenuta" o benvenuto!

- Va bene Sarto, rispondeva Angelina arrotando la erre e provocando nell'uomo una fitta di piacere...

-Angelina domani metti il vestito che ti ho fatto, quello azzurro, sbracciato, Ormai fa caldo, così sarai anche più comoda...-e io potrò sbirciare nella scollatura- pensava il Sarto.

Un giorno usando Angelina come un manichino vivente per la prova di una giacca, l’aveva punta con uno spillo al collo. Un impulso improvviso lo spinse a leccare quelle gocce sgorgate, vampiro improvvisato, irretito dal veleno di quel sangue impregnato da ferormoni in crescita.

Cominciò così, con regalini dopo abbracci e baci rifiutati, e poi tollerati da Angelina, per paura di perdere, quella pausa di ristoro da una vita grama. E continuò con carezze insinuanti e inquiete, per giorni e giorni, pieni di paura e rimorsi dell'uomo; sempre più tentato perché tornando a casa si assolveva, addossando ad Angelina tutta la malizia che percepiva anche solo nel vedere come accavallava le gambe o quando si passava la lingua sulle labbra secche.

A casa aspettando di cenare, il sarto osservava la moglie ormai sfiorita e ingrassata che scolava la pasta scuotendo le braccia e i seni grandi e flaccidi.

-Angelina invece ha due meline dure come un sasso- pensò confrontando le due donne.
-Cosa sto facendo con quella bambina, sono proprio pazzo...ma non riesco a smettere di sentire il suo profumo. E non è profumo, povera stella, è il sapone di Marsiglia  che su di lei diventa un aroma che mi eccita- pensava fumandosi una sigaretta.

Scosse la testa e prese la moglie alle spalle, tirandole su la sottana e attirandola a se, sbaciucchiandola con frenesia. Eccitato dalla bambina illudeva la moglie facendola sentire una gran femmina.

Il lento stillicidio libidinoso, ebbe il suo culmine con un’ amplesso a suo modo dolce, per Angelina, gettata sul divano pieno di stoffe tagliate, dall’uomo che a 10 anni la iniziò alla vita.

L’uomo ormai era impazzito dal desiderio, la seguiva dappertutto, anche alla domenica, nella balera improvvisata sul retro del bar del paese, ritrovo di ragazzini e adulti; lì era stato messo uno dei primi juke box, dove con una moneta si ascoltavano canzoni incomprensibili in inglese, ritmate come quelle di Elvis Presley o melodiose, di Rita Pavone.
Incurante degli sguardi incuriositi di adulti e ragazzini che avevano compreso la sua ossessione, si appostava vicino al cesso ancora alla turca, in fondo al cortile, e quando Angelina, come capita a tutti, doveva servirsene, era costretta a pagare pegno con una intimità violata anche nei suoi bisogni corporali, che eccitavano ancora di più il sarto.

Lei chiusa dentro al cesso, cercava di blandirlo –No, no non così sarto, no, mi fai male, mi sporchi, poi se ne accorgono!- sussurrava, ma lui con un grugnito di passione amorosa, la piegava alle sue voglie.
Continuò così per metà estate fino a quando qualcuno che aveva sentito gli inutili no di Angelina, non ne informò la moglie.

L’ira di una consorte offesa, si riversò tutta su quella povera bambina, colpevole seduttrice, di quel cinquantenne ormai in cammino verso l’andropausa, innamorato di vita giovane. E tutto il paese solidale con la moglie tradita, cercava la conferma di comportamenti consapevolmente traviati in quella piccola vittima bambina.

Nessuno la difese, nemmeno da se stessa. Fu allontanata da casa presa come servetta da alcuni parenti. a 13 anni, ebbe un figlio non si seppe mai da chi, e fu messo subito in un istituto.

Dopo qualche anno, morì uccisa con una coltellata vibrata da un cliente rimasto anonimo che non voleva pagarle il prezzo di un po’ d’amore rubato per strada.
Ancora vittima per l’ennesima volta di un furto, anni dopo quello del suo cuore innocente e della sua infanzia violata all’età di 10 anni, risarcita forse solo nel ricordo di chi esente da pregiudizi, la ricorda ancora con infinita compassione.
12.4.2011
r.g.