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sabato 27 agosto 2011

CAROLINA E IL SARTO

CAROLINA  E IL SARTO
In quel paesino  dell’ Oltrepò  pavese, circa 50 anni fa,  abitato prevalentemente da contadini, “pedofilo” era un termine conosciuto da pochi, mentre tutti  sapevano bene il rispetto che si doveva dare a creature più fortunate, figli e mogli di agricoltori, medici o sacerdoti, artigiani e commercianti.
La società è così da sempre, sottilmente servile con i ricchi e potenti, crudele con chi già porta le sue croci.
Carolina era una bimbetta, con qualcosa in comune con nostro Signore, nata anche lei in una stalla, piena di animali, ma dove fu anche concepita davanti ai loro occhi, quasi un inizio di una emarginazione annunciata.
 Il padre mungitore al servizio di un facoltoso agricoltore, occupato in un lavoro con poco riposo, ormai aveva addosso impregnato come una seconda pelle, l’odore di letame di vacche, cavalli e  asini;  anche il suo colore marrone scurito aveva poco di umano, lucido come il pelo del cavallo da tiro  parcheggiato lì accanto,  in un recinto.
Il padre aveva però il suo paradiso a portata di mano, e con la moglie obbediva ciecamente all’istinto vitale,  con  numerosi amplessi consumati sul fieno nella stalla   - unico momento per cui valeva la pena di vivere quella dura esistenza-,   con la  benedizione di una chiesa che voleva da sempre una umanità prolifica, senza controlli.
Carolina era l’ultima di sette fratelli, una bocca in più da sfamare, ma era molto amata forse più degli altri essendo l’unica femmina, di una bellezza sfolgorante, fin da piccina, orchidea nata in sentieri di letame.
A otto anni venne mandata d’estate dal sarto del paese per imparare un mestiere che da subito, avrebbe dato qualche vantaggio alla sua famiglia,  povera ma dignitosa.
Man mano che cresceva, fuori dalla mischia familiare, si era ingentilita nel linguaggio, accantonando il dialetto e imparando l’italiano  con la sua voce dolce un poco strascicata, che faceva tenerezza.
Fu soprattutto il suo corpicino acerbo ad avere un vantaggio dal distacco continuo dei lavori di casa; cominciò ad avere un po’ di carne sulla ossa, e due piccole mele acerbe, sbucavano dalla magliettina marrone con i capezzoli duri in evidenza,  piccole nocciole solitarie in un budino di cioccolato.
Le gambe ora tornite, dritte e abbronzate, sbucavano dai calzettoni bianchi, per perdersi sotto una gonna larga, azzurra come il cielo terso in un giorno col sole alto  - quasi a portata di mano-  che Carolina cercava di raggiungere con un salto,  mentre correva verso l’abitazione del sarto.
Passarono due anni, in cui la compassione per l’aiuto alla piccola e alla sua sfortunata famiglia, si perse in qualcosa di morboso e oscuro che  trasformò un uomo dedito al lavoro e alla famiglia, in un angosciato cinquantenne posseduto da una tempesta ormonale che lo squassava.
Un giorno  usando Carolina come un manichino vivente per la prova di una giacca, l’aveva punta con uno spillo al collo. Un impulso improvviso lo spinse a leccare quelle gocce sgorgate, vampiro improvvisato, irretito dal veleno di quel sangue impregnato da ferormoni in crescita.
Cominciò così, con regalini dopo abbracci e baci rifiutati,  e poi tollerati da Carolina,  per paura di perdere, quella pausa di ristoro da una vita grama. E continuò con carezze insinuanti e inquiete, per giorni e giorni, pieni di paura e rimorsi di quell’uomo; sempre più tentato perché tornando a casa si assolveva, addossando a Carolina tutta la malizia che percepiva  anche solo nel vedere come  accavallava le gambe o quando si passava la lingua sulle labbra secche.
Il lento stillicidio libidinoso, ebbe il suo culmine con un’ amplesso a suo modo dolce, per Carolina, gettata sul divano pieno di stoffe tagliate, dall’uomo che a 10 anni la iniziò alla vita.
L’uomo ormai era impazzito dal desiderio, la seguiva dappertutto, anche alla domenica, nella balera improvvisata sul retro del bar del paese, ritrovo di ragazzini e adulti; lì era stato messo uno dei primi juke box, dove con una moneta si ascoltavano canzoni incomprensibili in inglese, ritmate come quelle di Elvis Presley o  melodiose, di  Rita Pavone.
Incurante degli sguardi incuriositi di adulti e ragazzini che avevano compreso la sua ossessione, si appostava vicino al cesso  ancora  alla turca, in fondo al cortile, e quando Carolina, come capita a tutti, doveva servirsene, era costretta a pagare pegno con una intimità violata anche nei suoi bisogni corporali, che eccitavano ancora di più il sarto.
Lei chiusa dentro al cesso, cercava di blandirlo –No, no non così sarto, no, mi fai male, mi sporchi, poi se ne accorgono!-  sussurrava, ma lui con un grugnito di passione amorosa, la piegava alle sue voglie.
Continuò così per metà estate fino a quando qualcuno che aveva sentito gli inutili no di Carolina, non ne informò la moglie.
L’ira di una consorte offesa, si riversò tutta su quella povera bambina, colpevole seduttrice,  di quel cinquantenne  ormai in cammino verso l’andropausa, innamorato di vita giovane. E tutto il paese solidale con la moglie tradita, cercava la conferma di comportamenti consapevolmente traviati in quella piccola vittima  bambina.
 Nessuno la difese, nemmeno da se stessa.  Fu allontanata da casa presa come servetta da alcuni parenti. a 13 anni, ebbe un figlio non si seppe mai da chi, e fu messo  subito in un istituto.
Dopo qualche anno, morì uccisa con una coltellata vibrata da un cliente rimasto anonimo che non voleva pagarle il prezzo di un po’ d’amore rubato per strada.
  Ancora vittima per l’ennesima volta di un furto,   anni dopo quello del suo cuore innocente e della sua infanzia  violata all’età di 10 anni.

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